Luxor è una delle città più importanti e maestose dell’Antico Egitto, custode di alcune delle meraviglie del popolo che ha elevato questa terra bagnata dal Nilo fino a renderla la culla di una civiltà che, ancora oggi, affascina il mondo al punto da spingere centinaia di persone a dedicare la propria vita al suo studio.
Oggi Luxor rappresenta però anche il punto di partenza, o di arrivo, di uno dei viaggi più belli che si possano vivere durante la propria esistenza, una crociera sul fiume Nilo. Grazie alla sempre maggiore disponibilità di collegamenti diretti con il suo aeroporto internazionale, infatti, il porto fluviale di Luxor è stato scelto come punto di inizio, o conclusione, della navigazione sullo storico corso d’acqua.

Avendo visitato la città nell’ambito di un viaggio organizzato, che quindi non ha lasciato spazio al mio implacabile desiderio di libero vagare per una città, in questo articolo non posso che trattare solamente l’aspetto turistico della città, ovvero quali tesori architettonici lasciati in eredità dall’antico popolo egizio possono attendere chi è in procinto – o prevede in futuro di esserlo – di vivere questa fantastica esperienza.
COSA TROVERAI IN QUESTO ARTICOLO:
- I 3 NOMI DI LUXOR;
- TESORI EGIZI DELLA CITTÀ DI LUXOR:
- Sponda Est di Luxor:
- Tempio di Luxor;
- Tempio di Karnak.
- Sponda Ovest di Luxor:
- Colossi di Memnone;
- Tempio di Hatshepsut;
- Valle dei Re.
- Sponda Est di Luxor:
- SOUVENIR DA LUXOR.
Prima di affrontare il racconto della città osservandola attraverso una lente quasi esclusivamente storica, spendo qualche parola su quello che rappresenta Luxor oggi.
Ci troviamo nella parte meridionale dell’Egitto, circa 650 Km a sud del Cairo; approssimativamente a metà del corso del fiume Nilo. Questa città di circa 240.000 abitanti si estende prevalentemente lungo la riva destra del fiume Nilo, ovvero lungo la sponda orientale, associata tradizionalmente al sorgere del sole e quindi alla vita.
Essendo una delle città che conserva la più alta concentrazione di siti archeologici del Paese, la sua economia è basata prevalentemente sul turismo e sul commercio legato al turismo; in minima parte sulla agricoltura. Essendo stata inserita tra i siti patrimonio UNESCO nel 1979, per un ampio raggio attorno a questa area è stato infatti proibito di costruire grandi, e potenzialmente deturpanti, industrie.

Come ho già raccontato nel mio articolo dove parlo della mia esperienza di “Crociera sul Nilo”, sono atterrata all’aeroporto di Luxor durante il periodo di Ramadan quindi, al momento della mia visita, la città era addobbata a festa, con luci colorate appese ai balconi delle case e festoni ad adornare quasi ogni via del centro e della periferia. Ma la visita in questo periodo comporta anche orari dei siti archeologici non propriamente rispettati, con eventuali chiusure anticipate – e la possibilità di essere invitati a uscire dal tempio di Luxor appena inizia il richiamo alla preghiera.
Essendo capitata la mia visita a ridosso della primavera, ho trovato il clima molto piacevole, con temperature diurne affrontabili indossando maniche corte o felpa leggera e serate dove era invece necessario un piumino leggero. Quindi condizioni climatiche molto diverse da quelle che trovai diversi anni fa durante il mio primo viaggio in Egitto, avvenuto in piena estate.
E adesso iniziamo a osservare l’aspetto più affascinante di Luxor, ovvero il suo bagaglio storico.
Siccome la civiltà egizia rientra tra le civiltà antiche più studiate e maggiormente amate a livello mondiale, in questo articolo non mi dilungherò in infiniti trattati storici per ogni monumento e luogo visitato, anche se sarebbe sicuramente molto interessante. In questo articolo riporterò le informazioni apprese durante il mio viaggio, quindi basandomi prevalentemente sulle infinite spiegazioni e gli infiniti racconti della mia guida egizia. E non sto esagerando quando affermo essere stati infiniti, avendo trascorso più tempo ad ascoltare piuttosto che a camminare ed esplorare. Potrebbe quindi risultare che i dati da me riportati non siano completamente corretti da un punto di vista storico od egittologico; ma per me – e per chiunque abbia vissuto insieme a me questo viaggio – sono stati davvero interessanti e coinvolgenti.
I 3 NOMI DI LUXOR
La città di Luxor fu fondata attorno al 3200 a.C. lungo le sponde del leggendario fiume Nilo e, nell’arco di questi suoi quasi cinque millenni di esistenza, ha assistito al passaggio di diversi popoli che l’hanno plasmata dal punto di vista architettonico ma le hanno anche attribuito diversi nomi.
Ai suoi albori, approssimativamente tra il 1550 a.C. e il 1085 a.C., l’antico popolo egizio chiamò la città Wasset, parola in egiziano antico dal significato di il trono, in quanto in questo arco di tempo la città funse da “trono” – ovvero da capitale – dell’Antico Egitto. In questi cinque secoli la città ospitò il regno di famosi faraoni quali Ramses II e Tutankhamon e della regina Hatshepsut.
Sul sito dove un tempo sorgeva la città di Wasset venne in seguito eretta la città di Tebe, omonima alla antica città situata in Grecia; durante il Medio e Nuovo Regno, per circa 800 anni questa città riprese la funzione di capitale di Egitto. Il significato di questa parola è città dalle cento porte in quanto, da qualunque direzione un viandante provenisse, poteva sempre giungere a questa città – un poco come la nostra Roma insomma. La scoperta dell’esistenza di questa antica città avvenne agli inizi del XVIII secolo e viene attribuita a Claude Sicard, che vi soggiornò in quel periodo.
Arriviamo infine ai giorni nostri, ovvero al nome Luxor, attribuito alla città attorno 640 d.C. dagli invasori arabi provenienti da Oriente. All’epoca della invasione la lingua geroglifica non era ancora stata decifrata e, osservando i resti degli antichi templi egizi, gli arabi non attribuirono alcun significato religioso agli edifici presenti in città: il significato in lingua araba del nome è infatti palazzi o castelli.
TESORI EGIZI DELLA CITTÀ DI LUXOR
Per quanto riguarda l’antico regno egizio, in accordo con la loro interpretazione romantica della natura e dell’alternarsi del giorno e della notte, si deve compiere una importante distinzione tra quello che si trova a oriente o a occidente rispetto al sacro fiume Nilo.
E questa distinzione la si deve applicare a ogni città sorta e sviluppatasi, nei millenni, lungo il corso del fiume. Basta infatti osservare la mappa di una qualsiasi città egizia per notare come, sulla sponda sinistra del fiume, non vi sia altro che deserto e monumenti antichi; la vera città, con case e attività commerciali, si colloca quasi esclusivamente sulla sponda destra.
E questa asimmetria urbana non è per nulla casuale.
SPONDA EST DI LUXOR
Essendo l’Oriente associato al sorgere del sole, e quindi alla vita, gli edifici di questa antica civiltà riguardanti la quotidianità venivano eretti esclusivamente a livello della sponda Est del Nilo. La dimora dei faraoni stessi, per esempio, si trovava sulla sponda orientale.
Osservando una mappa della città è possibile notare come, tra tutti i monumenti presenti un tempo sulla sponda Est di Luxor, sono arrivati ai giorni nostri solamente il piccolo tempio di Luxor e il più grande tempio di Karnak.
Anticamente, la parola che oggi utilizziamo per indicare un tempio era Ber Neter, dal significato di Casa di Dio, a indicare un luogo sacro dove poter pregare e coltivare il culto di una singola divinità: tranne eccezioni più uniche che rare – quali il tempio di Kom Ombo, per esempio – tutti i templi egizi sono infatti stati dedicati al culto di una singola divinità. Nello specifico, nella città di Luxor si adorava il dio Amon, dio rappresentato con figura umana e due piume sulla testa.
I palazzi delle famiglie nobili e i vari edifici associati alla vita terrestre della popolazione sono invece andati perduti. La ragione di questo risiede nello scarso interesse di questa civiltà nei confronti della vita terrena: gli edifici associati a questa vita erano, quindi, costruiti in mattoni crudi e, di conseguenza, enormemente sensibili agli agenti atmosferici e all’intervento dell’uomo.
Questo però non significa che ai faraoni non interessasse minimamente degli edifici presenti sulla sponda orientale; anzi, a dire il vero tutt’altro. Ogni volta che saliva al trono un nuovo faraone, infatti, questo si prodigava affinché la sua firma (ovvero il proprio cartiglio) fosse apposta sui muri del maggior numero di edifici della città dove dimorava. Anche se il primato di questo rituale spetta a Ramses II, soprannominato anche “il costruttore” per tale ragione, in misura minore tutti i faraoni si sono impegnati a modificare o aggiungere elementi ai templi durante la propria permanenza al potere.
Per quanto riguarda i templi, quindi, la maggior parte di essi è stata iniziata con una prima costruzione da un faraone per poi essere, nel corso dei secoli, se non dei millenni, ampliata e modificata dai regnanti successivi. Ma queste opere di espansione non avvenivano in modo casuale: il primo nucleo del tempio veniva sempre eretto a Oriente, mentre ogni altra aggiunta si estendeva verso Occidente. Quindi, durante la visita di ogni tempio rimaneggiato nei secoli da diverse mani, i primi elementi osservati sono in realtà gli ultimi a essere stati eretti, magari anche un millennio più tardi.
Tempio di Luxor
In questo mio racconto della città di Luxor non potevo che iniziare dalla visita più entusiasmante di tutto il viaggio, ovvero il piccolo ma meraviglioso tempio che porta il suo nome. La visita a questa meraviglia è stata una sorta di sorpresa in quanto, appena scesa dall’aereo, la guida ci ha inaspettatamente portati proprio a visitare questo luogo. Non mi aspettavo sinceramente di immergermi subito in questa antica cultura, essendo già calato il sole ed essendo già arrivata praticamente ora di cena. Ma questo imprevisto mi ha donato una spettacolare vista del tempio quasi alle stesse condizioni in cui veniva ammirato dai suoi costruttori, ovvero illuminato con una illuminazione davvero minimale e molto suggestiva, quasi fossero torce infuocate piuttosto che faretti elettrici.
Il tempio di Luxor fu costruito solamente da 3 faraoni famosi. Il tempio fu originariamente costruito da Amenofi III e ampliato dall’immancabile costruttore Ramses II. A mio avviso, il principale apporto di questo faraone è stato il meraviglioso viale monumentale di sfingi che collegava un tempo questo tempio con l’altro tempio della città; un viale lungo 3 Km delimitato da ben 1.200 sfingi, delle quali ne sono arrivate a noi solamente circa 800.
Il primo elemento che si incontra del tempio, quindi il più recente, è il tratto iniziale di questo magnifico viale che, illuminato con faretti alla base delle sfingi, al calar del sole si trasforma in una calamita che attira il visitatore ad addentrarsi nel sentiero.

Il viale origina dall’ingresso del tempio, costituito da elementi perfettamente simmetrici, in perfetto stile Ramses. Ramses II ricercava la simmetria in ogni cosa, soprattutto nelle opere da lui realizzate. Per tale ragione l’attuale ingresso del tempio è composto da due piloni, nei quali sono state scavate 4 nicchie, ognuna con davanti una statua di Ramses II in posizione eretta – tra le quali, l’unica originale è quella posta più a destra, definita “brutta” dalla guida egiziana– e 2 statue di Ramses II seduto, poste a fiancheggiare l’ingresso. In queste ultime due statue, Ramses II fu scolpito con le mani appoggiate sulle ginocchia e il copricapo faraonico di stoffa chiamato nemes. Una parte molto importante di questo copricapo era la finta barba che, un tempo, rappresentava la odierna cravatta, indossata dal faraone durante le feste religiose e prontamente rimossa alla loro conclusione.
A livello della parte superiore dei due piloni di ingresso si possono inoltre notare 4 fori quadrati, un tempo usati per posizionare bandiere durante le cerimonie religiose e di incoronazione. Nel 1987 vennero anche utilizzate per esporre la bandiera di Egitto in occasione della rappresentazione della Aida di Verdi proprio davanti a questo tempio.
Un tempo l’ingresso era fiancheggiato da due obelischi, dei quali oggi ne rimane solo uno; del secondo se ne può vedere solamente la base a livello del lato destro dell’ingresso. Per ammirare la rimanente parte di obelisco si deve tornare invece in Europa, in particolare in Place de la Concorde a Parigi. Il medesimo destino è capitato a centinaia di altri antichi obelischi egizi fino a lasciarne, su suolo egiziano, solamente 11. All’epoca del Sacro Romano Impero, infatti, la terra oggi riconosciuta come Egitto era solamente una delle province di un vasto territorio; la mutilazione di queste opere di inestimabile valore e il loro trasferimento in una delle principali città dell’Impero costituiva una sorta di souvenir da una terra lontana – un po’ come portarsi a casa la calamita di Luxor, ma più in grande.

Oltre l’ingresso, si incontra quella che un tempo era una sala ipostila, ovvero uno spazio chiuso il cui tetto era sostenuto da numerose colonne. Di queste sale generalmente rimangono solo le colonne in quanto, con buona probabilità, il tetto era originariamente costruito in legno.
Un elemento comune di queste colonne sono i capitelli scolpiti a ricreare quello che un tempo simboleggiava un fiore di loto. Per capire se l’area colonnata nella quale ci si trova era un tempo sormontata da una copertura o meno basta osservare il capitello delle colonne: se hanno il vago aspetto di un tulipano, quindi con petali chiusi e ravvicinati tra loro, allora un tempo quelle colonne si trovavano all’interno di una sala e non venivano raggiunte dai raggi solari. Per l’antico popolo egizio nulla era lasciato al caso e quindi, rappresentando quelle colonne dei veri e propri fiori di loto, questi non potevano essere scolpiti con i propri petali aperti se era previsto non avrebbero mai visto la luce del sole.
Seguendo lo stesso principio, si capisce facilmente come il corridoio centrale che si percorre per raggiungere il fondo del tempio era invece, fin dal principio, esposto al cielo e alla luce solare.
Uno degli elementi più originali di questo tempio è la presenza, inscritta dentro il tradizionale cartiglio di forma ovale, della firma di un famosissimo personaggio storico che però non ha mai regnato come faraone sull’Egitto, ovvero Alessandro Magno. Egli è stato inoltre rappresentato nell’atto di offrire le bende della mummificazione al dio Minh della fertilità, divinità facilmente riconoscibile per via del notevole ingombro col quale veniva scolpito – chi vuol capire, capisca.
Come già più volte raccontato, la visita a questo tempio è stata abbastanza breve, essendo stati invitati a uscire prematuramente per l’inizio della preghiera. Praticamente ho trascorso più tempo davanti all’ingresso ad ascoltare la infinita spiegazione da parte della guida piuttosto che a camminare all’interno del tempio stesso. Ma questa breve visita è stata resa assolutamente indimenticabile dall’atmosfera creata dalla fioca illuminazione e dalla visione, coi miei occhi, della prima meraviglia creata da questo antico popolo.
Tempio di Karnak
Esattamente come per il termine Luxor, anche il termine Karnac deriva dalla lingua araba e venne attribuito al tempio dagli invasori dopo la conquista dell’Egitto. Inizialmente riferito solamente al tempio, nei secoli l’area associata a questo nome si è estesa fino a identificare un intero quartiere della città.
Dal punto di vista storico si calcola sia stato impiegato più di un millennio per la costruzione del tempio, con la partecipazione di più di 700 faraoni. Prima di pensare che si tratti di una esagerazione da parte degli esperti per esasperare la sua importanza, devo specificare che gli egittologi non calcolano il reale tempo impiegato per la costruzione di un edifico, ma la somma degli anni dei regni di tutti i faraoni che hanno contribuito al suo aspetto finale: sommando la durata del regno di ogni faraone che ha messo mano sul tempio per interventi di creazione, ristrutturazione, ampliamento o modifiche di qualunque tipo, si superano infatti i 1.200 anni.
Questo tempio viene considerato in realtà un complesso di templi ed è il più grande della città; come già anticipato, è collegato al tempio di Luxor tramite un suggestivo viale delimitato da sfingi.
Sebbene siamo abituati a pensare fin dai primi anni di scuola elementare che in Egitto esista solo una sfinge, in realtà ne esistono – o, per meglio dire, ne esistevano – a migliaia. Una sfinge è una statua dotata del corpo di un animale con la testa di un animale o di un essere umano. Esse simboleggiano infatti l’alleanza tra uomo e animale. La stragrande maggioranza delle divinità adorate dagli egizi aveva una figura umana e una di animale sacro. Trovandoci a Luxor, la divinità qui venerata era il dio Amon; la figura umana del dio ha due piume sulla testa, mentre la figura animale è l’ariete. Questa è la semplice ragione per la quale le meravigliose sfingi osservate al tempio di Karnak hanno corpo di animale e testa di ariete.
Penso di non esagerare nel dire che queste sfingi siano le più belle del mondo intero. Non le ho viste tutte, ma posso garantire che non proverò mai più tanta meraviglia nell’osservare queste statue perfettamente allineate lungo il viale di ingresso e oltre i suoi piloni. Da qualsiasi angolazione mi soffermassi ad ammirarle, mi parevano ancora più belle. Tant’è che ho dedicato loro molto più tempo di quello a me concesso per visitare il tempio in libertà e, per cercare di ritornare all’autobus prima di essere abbandonata dal gruppo, ho fatto una corsa che Sha’Carri spostati.

I due piloni di ingresso avevano una altezza originale di 48 metri, una lunghezza di 113 metri e 15 metri di spessore. La prima domanda che viene alla mente osservandoli è come abbiano fatto a erigerli. La risposta non è stata difficile da trovare, siccome hanno lasciato evidenti testimonianze: gli antichi egizi costruivano delle specie di colline di mattoni crudi che utilizzavano per salire sempre più in alto e impilare i blocchi. Possiamo oggi affermare ciò in quanto, fin dopo la seconda metà del 1800, il livello della terra arrivava fino quasi in cima al muro dei piloni. La civiltà a un certo punto è infatti crollata, e i suoi templi sono stati trascurati per migliaia di anni; il ripetersi di inondazioni e tempeste di sabbia ha poi fatto il resto. Osservando molto attentamente il pilone destro dall’interno, in particolare nella parte più in alto, aguzzando molto bene la vista si può trovare scolpita una piccola conchiglia: di questo immenso muro era infatti esposta solamente la parte superiore, utilizzata come luogo di culto da una popolazione postuma alla civiltà egizia.
Il cortile che segue ai piloni di ingresso appartiene al periodo tardo, quando l’Antico Egitto iniziò a essere governato da re faraoni non originari di questa terra. Questo viene testimoniato dall’unica superstite di dieci colonne erette, in questo spazio, da un re libico in segno di rispetto per il Paese; essa ha una altezza di 25 metri e un capitello a forma di fiore di papiro.
Come possibile osservare in tutti i templi egizi, le statue che rappresentano un faraone nel momento di vita prevedono – oltre alla finta barba dritta – che la gamba sinistra sia scolpita in avanti; questa costituisce il passo militare, che inizia proprio estendendo in avanti contemporaneamente la gamba sinistra e il braccio destro. La maggioranza delle statue che presentano questa postura sono però prive del braccio destro. Agli albori della civiltà egizia, quando ancora si muovevano i primi passi nell’arte della scultura, il braccio destro di queste statue si realizzava svuotando la parte di pietra sottostante. Col passare del tempo, non avendo a disposizione alcun elemento di rinforzo di questo segmento di scultura, il braccio cadeva. Fu solo quando si resero conto di questo inconveniente che stravolsero completamente la procedura: le due braccia iniziarono a essere scolpite in posizione rilassata lungo i fianchi e il braccio destro esteso in avanti veniva aggiunto in legno.
Proseguendo verso la profondità del tempio si incontra una seconda sala ipostila con 134 colonne, delle quali 12 centrali e le restanti distribuite sui due lati del passaggio. Alla costruzione di queste contribuirono Ramses II e il padre Sethi I. Le colonne centrali hanno una altezza di circa ventidue metri e culminano con un capitello a forma di fiore di papiro aperto; le altre raggiungono i quattordici metri e terminano con un fiore di papiro chiuso. Da quanto già spiegato parlando del tempio precedente, questo ci informa che un tempo il colonnato laterale sorreggeva un soffitto in legno, oggi in parte ripristinato.

Come distinguere però i fiori di papiro da quelli di loto? Siccome quelle che per noi sono solo colonne ma per gli antichi egizi erano veri e propri fiori, penso sia opportuno distinguerli, anche per meglio comprendere la ambientazione che volevano riprodurre in una determinata area di un tempio. Cerca di immaginare la classica rappresentazione di un fiore di loto; il profilo dei suoi petali appare lobato, come il bordo di un centrino fatto a mano. Ora pensa alla raffigurazione tipica di un papiro, solitamente disegnato con un unico bordo liscio e ricurvo. Allo stesso modo hanno rappresentato questi due fiori sui capitelli delle colonne, il primo con un bordo lobato e il secondo con un bordo liscio.
Su una delle colonne centrali è incisa la scritta “Gordon 1804” insieme ad altri nomi incisi prima del 1822, anno in cui fu decifrata la lingua egizia. Questa incisione è la firma di uno degli scopritori che, dopo intere settimane impiegate tra navigazione nel Mediterraneo con nave a vapore, cammino nel deserto e feluca lungo il corso del Nilo, giunse infine alla città di Luxor. Ciò che per noi richiede oggi qualche ora di volo, un tempo poteva significare mesi di cammino e imprevisti anche fatali; tutto per soddisfare il proprio desiderio di scoperta di una civiltà ancora criptica e molto affascinante. Su queste colonne le incisioni hanno altezze diverse, sempre a testimonianza del livello di sepoltura nel quale riversava il sito archeologico al momento della visita.
Sempre scolpito nella pietra, in questo tempio si può osservare un elemento più unico che raro: una immagine di Ramses II inginocchiato sotto a un albero di sicomoro. Anche se questa cosa potrebbe non essere subito interpretata come eccezionale, basta pensare che questo faraone non si è mai considerato al di sotto neanche delle divinità: in ogni sua raffigurazione ha sempre le stesse dimensioni e la stessa altezza delle divinità egizie – se non anche le sembianze di un dio, come nel tempio di Abu Simbel. Dinnanzi a un albero di sicomoro il grande Ramses II ha posto un limite al suo potere. L’albero di sicomoro era infatti considerato sacro per gli egizi in quanto ritenuto l’albero della vita: il suo continuo rifiorire e i suoi infiniti e fitti rami hanno fatto di questo albero un simbolo della continuità della vita.

A nord del Cairo si trova una zona archeologica dove sorge un albero di sicomoro chiamato “Albero della Madonna” in quanto, secondo alcuni documenti della religione cristiana, si ritiene che Mosè si sia riposato due giorni alla sua ombra attraversando l’Egitto. Questa zona archeologica viene ancora oggi frequentata dalle donne egiziane in cerca di aiuto per disgrazie famigliari quali figli o marito colpiti da malattie.
Spostandoci di qualche metro verso il fondo del tempio si incontrano due obelischi. Il faraone Thutmose I, padre della regina Hatshepsut, fece erigere in questa area 4 obelischi in granito rosso di Assuan, dei quali ne rimane ancora oggi solamente uno alto circa ventitré metri; in vicinanza a esso si possono ancora vedere le basi degli altri. Questo unico superstite viene considerato il più alto obelisco rimasto oggi in Egitto. Gli altri tre sono stati donati a città quali Istanbul, New York e Roma, in particolare in Piazza San Giovanni in Laterano.
Accanto a questo obelisco, la regina Hatshepsut, figlia del faraone Thutmose I, ha innalzato 2 obelischi gemelli. Di questi se ne può ancora osservare uno nella collocazione originaria.

Osservando la colorazione di questi unici due obelischi rimasti si può notare una discromia lungo l’altezza di quello della regina: nella parte inferiore appare più scuro, mentre in quella superiore è più chiaro e uguale a quello del padre.
Come descriverò brevemente trattando del tempio dedicato alla regina, tra lei e il suo figliastro Thutmose III non si creò un legame affettivo esemplare. Una volta salito al trono il successore, egli cercò in tutti i modi di cancellare il nome e le opere della matrigna dal suolo egiziano. Ma gli obelischi, simbolo religioso del potente dio Amon Ra, non potevano essere toccati; poteva però nascondere la potenza della matrigna occultando gli obelischi da lei eretti con un alto muro di pietre. La frazione di obelisco rimasta a lungo schermata dai raggi solari ha quindi mantenuto il colore scuro della pietra originaria, mentre la parte superiore, che col tempo è stata esposta alle intemperie per il progressivo crollo del muro, ha subito nei secoli una decolorazione, risultando oggi molto più chiara.
Giungiamo quindi alla parte finale del tempio, quella che fu eretta per prima. Oltre alla sommità del secondo obelisco della regina Hatshepsut, nel quale si nota molto bene la differente colorazione, si trova il lago sacro del tempio di Karnak. Per costruire un lago un tempo bastava scavare la terra fino a raggiungere il livello del fiume Nilo. Questo specchio d’acqua veniva utilizzato, da parte di sacerdoti e faraoni, per eseguire l’atto di purificazione prima di accedere alla zona più sacra del tempio, ovvero il santuario.
Fino al 1964 il livello delle acque di questo lago saliva e scendeva a seconda del livello delle acque del Nilo. Dopo questa data, per via della costruzione della imponente diga di Assuan, non si è più potuto assistere a questa ciclica e leggendaria fluttuazione delle sue acque.
Il tempio di Karnak è molto più grande e maestoso del fratello minore tempio di Luxor, con molti angoli affascinanti e testimonianze storiche non solo della evoluzione di questa civiltà, ma anche di conflitti interni e ripicche famigliari senza tempo. Il modo migliore di concludere la visita a questa perla rara del nebuloso mondo della vita di questo antico popolo è sicuramente esprimere un desiderio – magari quello di poter un giorno ritornare in questo luogo. Acanto al frammento dell’obelisco di cui ho parlato prima si trova una piccola statua scolpita a forma di scarabeo, noto animale sacro egizio. Secondo la credenza, camminando tre volte attorno a questa statua in senso antiorario in rispettoso silenzio è possibile esprimere un desiderio. Che ci si creda o meno, tentare non costa nulla.
SPONDA OVEST DI LUXOR
Ed eccoci quindi approdati sulla sponda occidentale di Luxor lungo il sacro fiume Nilo, il lato del fiume associato al calare del sole, e quindi alla morte o, per meglio dire, alla vita ultraterrena. Essendo l’Occidente associato alla morte, ed essendo decisamente molto più interessati alla propria vita ultraterrena invece di quella terrena, gli antichi egizi si sono premurati di utilizzare dure e resistenti pietre per erigere i propri monumenti su questo lato del fiume.
Da questo deriva che, seppur intaccati e modellati da intemperie e interventi umani, sono molto più numerosi i monumenti associati alla sfera ultraterrena giunti fino ai giorni nostri.
Colossi di Memnone
Il primo giorno ufficiale di viaggio è iniziato con una veloce visita a due statue in quarzite collocate lungo la strada verso il successivo monumento. L’aria era ancora fresca e vi erano pochi turisti attorno; i venditori di souvenir erano però già in attività, bloccando a chiunque il passaggio per mostrare, a braccia tese, i vestiti e le stoffe da loro venduti.

I Colossi di Memnone prendono nome da un eroe della mitologia greca caduto in battaglia. Secondo una leggenda, siccome la madre di Memnone era molto triste per la morte del figlio, quando soffiava il vento, esso trasportava la voce del figlio defunto affinché la madre potesse ancora udirlo.
Questo nome ovviamente è stato attribuito molto tempo dopo la loro creazione, più precisamente dopo la conquista da parte del popolo greco.
Le due statue un tempo si trovavano all’ingresso di un enorme tempio funerario del quale non vi è più traccia.
Durante il periodo classico faraonico e poco prima dell’arrivo dei greci queste due statue furono ristrutturate; durante la seconda ristrutturazione però i restauratori lasciarono un foro al centro della statua meridionale, attraverso il quale poteva soffiare il vento generando una sorta di fischio. All’arrivo dei greci questo fatto fece loro pensare al proprio eroe mitologico al punto di attribuire loro il suo nome.
Oggi non è più purtroppo possibile udire questo suono, ma rimangono sia il nome che il fascino legato a tale leggenda.
Tempio di Hatshepsut
I due colossi dei quali ti ho appena parlato si trovano proprio lungo la strada che conduce a questo tempio, grande quanto il potere e l’importanza della regina che lo fece costruire. In una civiltà di 5.000 anni di regnanti uomini, si tratta di un tempio funerario dedicato a una donna.
Fin dall’epoca classica faraonica la figura della donna era molto apprezzata, ma “al suo livello e mantenendo il suo posto” – cito le testuali parole pronunciate dalla guida, che trovo simultaneamente molto antiche ma anche piuttosto contemporanee. La sua importanza viene provata dalla presenza, accanto a ogni grande piramide dell’area archeologica di Giza al Cairo, di tre piccole piramidi dedicate alle donne importanti della vita del faraone, ovvero la regina madre, la regina moglie e la principessa figlia.
Considerando tutti i millenni di storia di questo popolo, quindi praticamente dal 3200 a.C. fino ai giorni nostri, solo 5 sono state le regine a detenere un qualche potere sul Paese. Ma a nessuna regina era mai stato concesso di avere il potere di regnare sull’Egitto. Escludendo regine mogli di faraoni e altre regine non importanti storicamente, è solo la regina Hatshepsut ad aver occupato il trono del regno, per ben 21 anni.
Il fatto che il popolo abbia accettato questo evento è solo perché la sua ascesa al trono è avvenuta illegalmente.

Ma facciamo un passo indietro, che c’è bisogno di un tocco di sano pettegolezzo storico – che Beautiful può solo accompagnare – per spiegare questa cosa.
Iniziamo dal punto fondamentale che solamente il figlio maschio di un faraone poteva divenire a sua volta faraone. Al fine di mantenere una dinastia interamente di sangue reale, per salire al trono e confermare il diritto di regnare sull’Egitto il figlio maschio doveva sposarsi con la figlia maggiore del precedente faraone, ovvero la propria sorella più grande.
Il faraone Thutmose I ha sposato la sorella e hanno avuto la principessa Hatshepsut, la quale doveva quindi sposare un fratello maschio per perpetuare la dinastia.
Il secondo punto fondamentale però era che al trono poteva salire solamente il primogenito avuto con la moglie. Il primogenito doveva quindi essere un maschio, ma è nata una femmina.
A questo punto scattava la carta della concubina: un faraone che aveva avuto una figlia femmina dalla propria consorte era tenuto ad avere una serie di amanti finché non otteneva un figlio maschio come primogenito. Grazie a una delle amanti è venuto al mondo il figlio Thutmose II, fratellastro di Hatshepsut. Con l’unione di questa principessa e del figlio maschio di una delle amanti, il solo che poteva diventare faraone, si è potuta portare avanti la dinastia.
Da questa unione è nata una femmina, morta pochi anni più tardi. Anche in questo caso il figlio maschio, il futuro faraone Thutmose III, è arrivato da una amante.
Alla morte di Thutmose II avrebbe dovuto essere questo piccolo bambino di 7 anni a salire al trono. Ma una donna intelligente e scaltra di 31 anni come la regina Hatshepsut non lo avrebbe mai concesso. Certamente vedeva il futuro del Paese in quel ragazzino, ma non prima di lei. Non poteva cedere il posto a un bambino che non sapeva nulla di etichetta e protocolli reali, dei quali lei era invece esperta.
Per riuscire nell’intento di salire al trono si è quindi fatta raffigurare da architetti e scalpellini come se fosse una delle figlie del dio Amon. A questo punto, il grande sacerdote di Luxor non poteva che proclamare il sangue divino della donna in quanto scolpita sulla pietra di un tempio.
Alla morte della regina Hatshepsut, avvenuta alla età di 52 anni, il figliastro ne aveva 28; una età sicuramente più adeguata a ricoprire questo ruolo.
Fatta questa doverosa premessa, la visita al tempio può avere inizio.
Al mio arrivo al tempio eravamo il primo gruppo della giornata; il piazzale di accesso al sito archeologico era deserto. Le uniche persone oltre al mio gruppo erano gli autisti dei kart scassati che vengono utilizzati per portare i turisti direttamente al tempio. Una questione di neanche trenta secondi, ma sicuramente molto divertente come esperienza. Soprattutto se, al ritorno, rimane solo un posto accanto all’autista e lui continua a chiederti per tutto il tempo la mancia.

Il primo ambiente visitato sono state quattro piccole sale poste a pianoterra, sul lato destro rispetto alla rampa di accesso: una delle sale è dedicata alla dea Ator, una seconda racconta una missione egiziana di esportazione di essenze nella attuale Somalia, nella terza viene raccontata la nascita divina della regina Hatshepsut mentre nella quarta viene rappresentata la alleanza tra la regina Hatshepsut e il figliastro Thutmose III.
Il primo dettaglio che salta all’occhio è che tutte le pareti sono in parte rovinate, ma solo in alcuni specifici punti. Le scalpellate che hanno deturpato questa cappella non sono state inflitte a caso: nessun antico egizio avrebbe mai osato intaccare la figura di un dio. Prima di salire al trono, per liberarsi del peso della regina che lo ha preceduto e gli ha illegalmente sottratto il trono, Thutmose III ordinò di cancellare ogni singolo elemento che potesse ricondurre questo tempio a lei, cartiglio compreso. Gli unici cartigli non martellati che si possono osservare sono quelli del faraone stesso, aggiunti in seguito alla salita al trono.
Finita la spiegazione di ogni angolo di questa prima cappella, abbiamo risalito la rampa che conduce al piano superiore e camminato davanti alla parete di statue. Trattandosi di un tempio funerario, in queste statue la regina si è fatta ritrarre nella posizione osiriaca, ovvero con le braccia incrociate sul petto, e la finta barba ricurva; avendo regnato sull’Egitto come regina, aveva tutto il diritto di essere rappresentata con la finta barba.

Oltre questo muro di statue si accede alla parte più sacra del tempio, in realtà solo osservabile da lontano. A differenza degli altri due templi visitati, le cui pareti sono state esposte per millenni a sole e sabbia, in questo tempio molto più chiuso e riparato si sono mantenuti quasi perfettamente i colori originali, arricchendo la visita di questa eccezionale visione. Il soffitto all’ingresso dell’area sacra, per esempio, riporta ancora il colore celeste del cielo.
A primo impatto, questo tempio funerario sembra un museo sperduto nel deserto, per la sua perfetta simmetria e la solennità delle sue forme. Il retro del tempio è protetto da una alta parete rocciosa che sembra quasi stata appositamente modellata per accoglierlo. Aver avuto la possibilità di osservare il monumento funerario di questa grande regina, che ha saputo donare un lungo periodo di pace e prosperità al proprio regno, privo della folla di persone che ogni giorno lo visita, è uno dei regali di inestimabile valore che questo viaggio mi ha donato.
Valle dei Re
Tutti conoscono le piramidi del Cairo; imponenti strutture costituite di pietre pesanti tonnellate dedicate alla sepoltura di una unica persona. La più famosa e grande di esse è la colossale piramide di Cheope, considerata una delle meraviglie del mondo antico. Per quanto potessero essere gli antichi egizi una civiltà estremamente intelligente, non avevano però considerato che una costruzione così grande e dall’aspetto ultraterreno piantata in mezzo a un deserto potesse attirare le attenzioni sbagliate, per esempio da parte di loschi individui alla ricerca di grandi ricchezze.
Da questa nuova consapevolezza nacque la necessità di trovare una alternativa alla costruzione di queste grandi opere al fine di preservare mummia e tesoro funerario per la vita ultraterrena del faraone defunto.
Il primo faraone a cambiare rotta fu proprio Thutmose I, padre della regina Hatshepsut, il quale escogitò una nuova architettura per la costruzione della propria “casa eterna”.
Nel momento in cui è stato scelto questo luogo per il proprio riposo eterno, per meglio nascondersi da eventuali ladri senza scrupoli hanno iniziato a scavare i sepolcri partendo dal fondo della valle.
Durante il corso dell’Epoca Classica faraonica a questo luogo furono attribuiti tre nomi, dei quali riporto la pronuncia approssimativa in quanto non so esattamente come si scrivano:
- Ta el Minet col significato di posto del tramonto;
- Ta el-Minet Ra ovvero il posto del tramonto del dio Ra;
- Ta Iset Maat che invece si traduce come il posto della giustizia.
Molte delle tombe ritrovate in questo luogo appartengono alla XIX dinastia, ovvero quella di Ramses II. Ogni dinastia qui presente è stata seppellita seguendo una determinata direzione e orientamento nella roccia.
La maggior parte delle tombe aperte sono incompiute, costituendo una occasione unica per gli egittologi per scoprire come lavoravano alla loro realizzazione. Osservando l’aspetto della pietra scavata e delle incisioni alle pareti sono arrivati alla conclusione che, per ricavare una tomba da queste rocce, gli operai si suddividevano in sei gruppi che lavoravano in serie uno dopo l’altro, ma contemporaneamente, al fine di accorciare i tempi di realizzazione. Scavare, lisciare, disegnare, correggere i disegni, incidere e infine colorare. Erano queste le sei attività necessarie alla realizzazione di una tomba faraonica.
Sebbene ci abbiano sempre insegnato, fin dalla scuola elementare, che venissero impiegati schiavi per la realizzazione delle tombe, sovra-sfruttati ed estremamente maltrattati, dalle evidenze risulta invece che la vita di questi operai fosse scandita da una settimana lavorativa di cinque giorni, al termine della quale potevano fare ritorno alla propria dimora per il meritato riposo. In aggiunta alla Valle dei Re e alla Valle delle Regine, infatti, esisteva anche quella che è stata ribattezzata come la “Valle degli Operai”, dove si collocavano le loro abitazioni. Nel loro tempo libero questi operai potevano dedicarsi alla realizzazione delle tombe per il popolo.
Per scavare la pietra calcarea presente in questa regione si utilizzavano pietre più dure, come il granito. Dopo aver scavato circa 40 metri, iniziava il lavoro di lisciatura da parte del secondo gruppo. Dopo aver lisciato 40 metri di parete subentrava il terzo gruppo, quello dei disegnatori; essi utilizzavano il colore nero per disegnare e il rosso per correggere.
Considerando che queste tombe sono corridoi ciechi che si addentrano nella roccia, viene spontaneo chiedersi come facessero gli operai a respirare e come illuminassero il luogo di lavoro. Essendo i corridoi orientati in un’unica direzione, per illuminare l’interno escogitarono un sistema di specchi di acciaio, o qualsiasi altra superficie riflettente, per riflettere i raggi del sole dall’ingresso. Durante la XVIII dinastia, però, la direzione degli scavi divenne più contorta e i raggi del sole non potevano più raggiungere il fondo del corridoio: in questo periodo iniziarono quindi a bruciare torce di olio di sesamo in quanto non consumava tanto ossigeno e faceva poco fumo. Per quanto riguarda il riuscire a respirare in mezzo alla polvere, sulle pareti a fianco dei corridoi si incideva un piccolo canale poi riempito con dell’acqua, in modo da attirare la polvere e aiutare gli operai a respirare meglio.
In totale sono state scoperte 64 tombe nella Valle dei Re, numerate in base all’epoca di scoperta e non di costruzione.
Ogni 6 mesi, al fine di prevenire e ridurre il deterioramento dei colori originali dovuto alla umidità, chiudono a rotazione al pubblico alcune tombe e ne aprono altre. È stato inoltre proibito alle guide di sostare all’interno delle tombe, convogliando le spiegazioni ai gruppi di turisti in apposite aree situate in vicinanza all’ingresso delle tombe. Con questa recente regolamentazione si è compiuto un enorme passo in avanti nella preservazione dei tesori antichi; fino agli anni ‘90 alle guide era infatti consentito sostare liberamente all’interno delle tombe, aumentando umidità e accelerandone il deterioramento.
Il biglietto di ingresso da diritto alla visita di 3 tombe faraoniche; a ogni ingresso, il biglietto deve essere timbrato da un addetto. Per tale ragione il biglietto deve essere gelosamente conservato per tutto il tempo di visita – e poi portato a casa e incorniciato o altrettanto gelosamente conservato a vita in un album di ricordi.
Anche in questo caso, ma a maggior ragione per la distanza, i turisti possono salire a bordo di piccoli veicoli elettrici – ancora più scassati di quelli del tempio precedente – per coprire il tratto che separa l’ingresso alla Valle dei Re e le prime tombe visitabili.
Al momento della mia visita la guida ha scelto di raccontare e farci osservare tombe molto diverse tra loro, sia per quanto riguarda la struttura che il grado di completamento.
La prima tomba visitata era la TOMBA DI SIPTAH chiamata KV 47 (dove KV sta banalmente per King’s Valley). Questo faraone apparteneva alla XIX dinastia e ha regnato sull’Egitto per circa 20 anni; la tomba fu scoperta nel 1908 grazie a una missione archeologica americana. La lunghezza della tomba è 130 metri, articolata in due discese e due corridoi che conducono alla camera del sarcofago.
Come per la stragrande maggioranza delle tombe, all’ingresso del primo corridoio è possibile osservare alcuni elementi in comune: nella parte superiore si può osservare la raffigurazione di una donna inginocchiata con ali distese e una piuma sopra la testa, ovvero la dea Maat della giustizia; nella parte inferiore si possono ammirare fiori di loto e fiori di papiro.

A differenza dei templi di Luxor e Karnak, dove le colonne culminavano con capitelli fioriti per riprodurre l’ambiente naturale nel quale questi fiori crescevano, la rappresentazione di questi due fiori all’ingresso della tomba di un faraone indicava il territorio sul quale aveva regnato in vita: il fiore di loto era il simbolo della parte meridionale dell’Egitto, mentre il fiore di papiro era il simbolo della parte settentrionale dell’Egitto. L’importanza ricoperta per il popolo egiziano da questi due fiori non solo si è mantenuta nei millenni, ma ha cambiato forma, evolvendosi: anche l’Egitto odierno prospera grazie a questi fiori in quanto una delle principali fonti di guadagno dal turismo sono i prodotti del papiro e le essenze ricavate dal fiore di loto (solo quest’ultima frutta 300 milioni di dollari americani all’anno solo di esportazioni).
Anche in questo caso la rappresentazione del fiore di loto prevedeva estremità ondulate, mentre quella del fiore di papiro aveva estremità a mezzaluna liscia. La compresenza di entrambe i fiori indica che un faraone ha regnato sia su Alto che su Basso Egitto, ovviamente con la giustizia della dea Maat.
La rappresentazione successiva, molto colorata, raffigura un uomo con in mano un bastone culminante nella chiave della vita direzionata verso la bocca di un’altra persona; questa scena rappresenta la importantissima operazione chiamata “apertura della bocca”. Aprire la bocca consentiva al faraone defunto di rispondere alle domande della divinità; la apertura delle orecchie consentiva lui di ascoltare e quella degli occhi di vedere. Il soggetto che detiene il bastone con la chiave della vita è il successore del defunto contro il quale viene direzionata. Se invece è un dio, significa che quel faraone è stato mummificato sotto la protezione di quella divinità.
Poco più avanti si osserva il disegno del disco solare con uno scarabeo, animale portafortuna adorato agli antichi egizi nelle sue tre figure, ovvero al mattino presto (Hebiru), a mezzogiorno (Ra) e al tramonto (Atom). Lo scarabeo era il primo essere vivente sulla terra che sentiva l’arrivo del sole e della piena annuale, due eventi che gli antichi egizi aspettavano ansiosamente.
Lungo questo corridoio viene raffigurata anche la famosa scena della mummificazione nella quale la divinità onnipresente era il dio Anubi, in quanto dio della mummificazione. Solo chi aveva le possibilità economiche si faceva mummificare; per tutti gli altri si poneva uno scarabeo sopra il cuore sperando di avere fortuna nella vita eterna. Quello del mummificatore era un lavoro che prevedeva categorie in base al rango del defunto mummificato. Erano necessari dai 40 ai 60 giorni per completare la prima fase di essiccazione del corpo; si procedeva quindi rimuovendo alcuni organi per essere conservati fuori dal corpo, mentre altri venivano buttati. In particolare, l’organo assolutamente da prelevare era la parte anteriore del cervello, rimossa attraverso le cavità nasali: questo è infatti il primo organo umano che va incontro a putrefazione dopo il decesso.
Gli imbalsamatori praticavano un taglio sul lato sinistro del corpo per prelevare i quattro organi da imbalsamare e conservare nei vasi canopi in alabastro: stomaco, fegato, polmoni e intestino.
Le cavità lasciate dopo la rimozione degli organi venivano prima tamponate con garze imbevute di sale per completare la rimozione dell’acqua e poi riempite con garze di lino imbevute di oli profumati.
Avvolgevano quindi il corpo con le bende di lino della mummificazione e lo cospargevano con la “mimmia”, sostanza oggi usata per asfaltare le strade dalla quale deriva il termine mummia.
Il cuore era l’unico organo da lasciare dentro al corpo in quanto rappresentava la coscienza. Un momento fondamentale per il defunto, rappresentato anche in un papiro conservato al Museo del Cairo, era la “pesatura del cuore”, considerato una sorta di giudizio finale. Sul piatto di una bilancia veniva appoggiato il cuore del defunto, mentre sull’altro la piuma della giustizia: se in vita era stato una persona corretta, il suo cuore sarebbe risultato più leggero della piuma.
Oltrepassata la restante parte di tomba, si arriva alla camera del sarcofago, ritrovato intatto con anche il coperchio. Nonostante non aspettassero la morte del faraone ma il momento della sua incoronazione per iniziare i lavori di costruzione della tomba, questa camera è rimasta incompiuta in quanto il faraone è deceduto prima che potessero ultimarla.
Dalla morte del faraone alla sua sepoltura intercorrevano almeno 40 giorni, durante i quali un gruppo era incaricato di portare all’interno della camera il suo corredo funerario e, infine, immediatamente prima della chiusura della tomba, anche la mummia. Come ultimo passo veniva nascosta la porta di accesso.
La seconda tomba nella quale sono entrata era la TOMBA DI SETHI II (KV 15), faraone anch’esso appartenente alla XIX dinastia che ha regnato per ben trent’anni; nella tecnica di costruzione di questa tomba è stato compiuto un enorme passo in avanti.
Queto faraone viene ricordato principalmente grazie al legame con altri faraoni molto più famosi, come per esempio Tutankhamon e Ramses II.
Tra il 1922 e il 1934 la sua tomba fu il luogo dove venne restaurato il tesoro funerario di Tutankhamon prima del suo trasporto al Cairo, scelta in quanto il suo pavimento ha una pendenza molto esigua.
Per quanto riguarda invece Ramses II, essendo Sethi II il diretto discendente del figlio Merenptah, viene ritenuto uno dei primi faraoni ad aver regnato sull’Egitto dopo l’arrivo delle prime famiglie ebree nel regno. Il mondo degli egittologi è infatti diviso sulla questione di quale faraone, tra Ramses II e il figlio Merenptah, sia il faraone di Mosè.
La tomba di Sethi II ha una lunghezza di 140 metri e fu scoperta nel 1898 grazie a una missione archeologica francese.
Come già anticipato, per la realizzazione di questa tomba hanno cambiato approccio. Camminando dall’ingresso al fondo è infatti possibile notare come solamente la parte centrale della tomba sia incompiuta, mentre le due estremità sono quasi ultimate. Per realizzare questa dimora eterna, infatti, il gruppo di scavo ha ultimato corridoi e rampe fino in fondo, prima di cedere il posto a due gruppi di squadre che, partendo dalle due estremità, si sarebbero dovuti in teoria ricongiungere a metà strada una volta ultimato il lavoro. Nonostante questo letterale cambio di direzione, con la morte del faraone i lavori sono stati lasciati incompiuti, con un intero segmento centrale incompiuto.

Anche in questo caso, come in tutte le tombe della Valle dei Re, all’ingresso si possono osservare la dea Maat nella parte superiore e i due fiori di loto e papiro nella parte inferiore.
Nel primo tratto viene sempre rappresentata l’alleanza tra faraone e divinità tramite azioni di offerte di vino e acqua ma anche di cibo ed essenze; in sintesi, il faraone viene rappresentato nell’atto di fare sempre le stesse azioni ma cambia la divinità nei confronti della quale si eseguono queste azioni.
In questa tomba possiamo osservare la compresenza di due cartigli, uno con il nome civile e l’altro col nome religioso del faraone Sethi II. Prima di sedersi sul trono, infatti, ogni faraone doveva affiancare al proprio nome civile, che nessuno conosceva, un nome religioso scelto in modo molto intelligente. Questo nome religioso doveva riflettere la divinità venerata dal faraone e la conseguente corrente “politica” da egli seguita. Per quanto riguarda il faraone Sethi II, il suo nome religioso deriva dal dio Seth – la regina Hatshepsut aveva invece mantenuto il suo nome civile nonostante la ascesa al trono.
Arrivati alla camera del sarcofago si scopre poi che non è più presente, in quanto conservato in un museo. A rimanere però è il coperchio che, grazie a una idea del Dipartimento dell’Antichità, è stato posizionato in modo tale da permettere al visitatore di osservarne la superficie interna: all’interno del coperchio è stata infatti raffigurata la dea Nut, ovvero la dea del cielo, in modo che il faraone potesse guardare al cielo per l’eternità.
Per la prima e ultima volta, in questa camera funeraria si osservano disegni direttamente realizzati sulla roccia grezza e non levigata: anche in questo caso il tempo stringeva ma volevano comunque che la camera del riposo eterno avesse una decorazione.
La terza tomba nella quale sono entrata è la TOMBA DI RAMESES III (KV 11), faraone stavolta della XX dinastia; una tomba enorme e piena di stanze, sulla quale la guida non ha speso alcuna parola. Questa è stata la tomba più bella tra quelle visitate in questa giornata, interamente completata e ovviamente sovra affollata di persone.

Nel biglietto di ingresso non è però inclusa la TOMBA del faraone TUTANKHAMON, che è possibile aggiungere pagando l’equivalente di altri 15€.
Siccome non capita tutti i giorni di aver la possibilità di visitare una tomba egizia, non ho esitato ad acquistare anche questo ingresso.
La notorietà di Tutankhamon risiede sostanzialmente nel fatto di essere l’unico faraone del quale è stato ritrovato per intero il corredo funerario, compresa la maschera funeraria interamente realizzata in oro e dal valore inestimabile. Mentre tutto il suo tesoro funerario è conservato al sicuro al museo del Cairo, la sua mummia è incredibilmente conservata ancora all’interno della sua tomba.
Il sepolcro di questo faraone conta in tutto 4 camere, delle quali 3 sono chiuse in quanto non decorate. Inoltre, l’accesso a questa camera avviene indirettamente affacciandosi a una sorta di terrazza posta a un paio di metri dal pavimento: da qui è possibile osservare il sarcofago in quarzite contenuto all’interno di un sarcofago laminato in oro, oltre che le pareti decorate con scene raffiguranti Tutankhamon e dei babbuini.

La visita è stata molto veloce, forse anche troppo per i soldi pagati. Ma quando è dalle elementari che attendi il momento di visitare queste meraviglie, si possono chiudere anche entrambi gli occhi.
SOUVENIR DA LUXOR
Come ogni viaggio che si rispetti, soprattutto se si tratta di un viaggio organizzato, arriva puntualmente il momento della sosta commerciale obbligatoria.
Qualora vi fosse interesse a portare a casa un souvenir dalla città di Luxor, magari per la propria casa o per qualche amico o parente che se lo aspetta ogni volta che si prende il volo verso una destinazione “esotica”, ecco che a Luxor è possibile acquistare una tipologia molto specifica di prodotto: l’alabastro.
Ebbene sì, come in Italia abbiamo Volterra, in Egitto hanno Luxor.
Lungo le strade percorse dagli autobus di turisti si possono vedere alcuni edifici bassi in pietra con scritte colorate e cartelli appariscenti che riportano proprio la scritta “alabaster”.
Appena entrata nel negozio, sono stata accolta da un venditore che, parlando ovviamente in italiano, ha dimostrato come riconoscere un prodotto in alabastro da un prodotto qualunque: prendendo due vasi in materiale differente ha dimostrato come, inserendo una lampadina dentro quello in alabastro, esso si trasformasse in una sorta di plafoniera opalescente.
L’alabastro rientra, insieme ai papiri e alle essenze, tra i prodotti garantiti dal Governo egiziano e le altrettante soste commerciali costituiscono un tentativo di arricchire l’economia egiziana senza alcun obbligo di acquisto da parte del visitatore.

Il mio racconto sulle meraviglie dell’antica civiltà egizia a Luxor giunge al termine, anche se ci sarebbe tantissimo altro da aggiungere su questi luoghi affascinanti e misteriosi.
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Buon Viaggio

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